Cannibali

 

 

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Il libro

Autore:
Mahi Binebine

Titolo originale:
Cannibales

Edizione francese:
Fayard, 1999

Edizione italiana:
Barbes, 2008

La sinossi

Una notte nei pressi di Tangeri. Un gruppo di persone, nascosto dietro una roccia in riva al mare, aspetta il momento opportuno per imbarcarsi clandestinamente: tutti sono pronti a rischiare la vita per lasciare il Marocco e andare in Europa. Un viaggio disperato, pericoloso, ostinato, un sogno proibito, un tentativo di chiedere al destino una seconda possibilità, un’altra prospettiva. e insieme i ricordi, un passato spesso difficile, i diversi percorsi che hanno condotto ognuno di loro ad arrivare fino a lì.

L’Autore

Nato nel 1959 a Marrakech, Mahi Binebine è pittore e scrittore, e da una ventina d’anni vive tra il Marocco, la Francia e gli Stati Uniti. Scrive in francese. il suo primo romanzo, “Le Sommeil de l’esclave” (1992), ha ottenuto il Prix Méditerranée. Le altre sue opere, compreso questo “Cannibales” (1999) e i suoi romanzi, “Pollens” (2001) e “Terre d’ombre brûlée” (2004) sono state tradotte in molte lingue. “Cannibali” è il suo primo romanzo pubblicato in Italia.

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Leggi l'estratto


 

L

Più volte, al mio paese, i vecchi ci avevano raccontato del mare, in mille modi diversi. Alcuni lo paragonavano all’immensità del cielo: un cielo di acqua spumeggiante sopra le foreste infinite, impenetrabili, popolate da fantasmi e mostri feroci. Altri sostenevano che fosse perfino più esteso dei fiumi, dei laghi, degli stagni e di tutti i ruscelli della terra messi insieme. Gli studiosi della grande-piazza, unanimi sulla questione, dichiaravano che Dio teneva in serbo quest’acqua per pulire la Terra dai suoi peccatori il giorno del Giudizio Universale.

Era notte. Una notte cupa, con una nebbia leggera. Nascosti dietro una roccia, ascoltavamo il rumore delle onde e del vento. Morad aveva detto che negli ultimi tempi il mare era calmo. Gli credemmo. Eravamo pronti a credere a qualsiasi cosa pur di partire. Il più lontano possibile. Per sempre.

Un’ombra nera se ne stava dritta vicino alla barca: era il passatore; non conoscevamo il suo nome. Ci accontentavamo di chiamarlo “Capo”, con deferenza timorosa, come avremmo chiamato un istitutore che brandisce il righello, un poliziotto disonesto dallo sguardo crudele, uno stregone che getta il malocchio, ogni uomo con il mano il tuo destino.

[pp. 15-16]

 

Una stella cadente spezzò il cielo nero, e sollevò nel nostro gruppo un silenzio incantato. Inutile spiegare che il desiderio che esprimemmo tutti insieme era di ritrovarci subito dall’altra parte del mare, sulla riva proibita. I miei occhi incrociarono quelli di mio cugino.

-       Non ho mai creduto ai messaggi degli astri, dissi sorridendo.

-       Neanch’io, rispose Réda.

-       Vi sbagliate! esclamò Yarcé. Nel mio paese interroghiamo spesso il cielo.

-       Vi risponde? si stupì Réda.

-       Qualche volta, acconsentì Yarcé. Secondo l’umore.

-       E come fate a capirlo?

-       Abbiamo chi interpreta le nuvole, le stelle e il vento, spiegò Yarcé.

-       Come gli indiani?

-       Sì, come gli indiani.

-       Cosa chiedete al cielo?

-       Ogni genere di cose, disse Yarcé. Ci rivolgiamo a lui soprattutto quando abbiamo paura.

-       Avete spesso paura?

-       Più di quanto vogliamo ammettere, rispose Yarcé.

Réda rifletté un istante:

-       Cos’è che vi spaventa tanto?

-       I nostri demoni, rispose Yarcé. La nostra solitudine.

Anche Réda conosceva la paura. Non quella, un po’ astratta, della quale parlava il maliano. Ma un’angoscia reale. La paura delle botte con cui, fin da piccolo, aveva imparato a convivere. Le botte che seminano cancrena, che vi strappano le mani. Le botte dei padroni a giornata, delle bestie che non si lasciano mungere, dei mascalzoni in strada; quelle dell’imprevedibile bastone della nonna, dell’estenuante frusta del taleb alla scuola coranica, dei manganelli delle guardie al suq; sì, la paura delle innumerevoli botte che l’avevano perseguitato nel corso della sua giovane vita fino al suo arrivo, una mattina di luglio, alla Pépinière du Point.

 

[pp. 113-114]

 


Se ne parla in...


http://www.mahibinebine.com/Mahi_BineBine/Accueil.html

Paola Checcoli, ”Benvenuti in Paradiso: Mahi Binebine, Cannibali”, in Scritti d’Africa, 2009, in http://www.scrittidafrica.it/index.php?option=com_content&view=article&id=81:binebine-mahi-cannibali-recensione-a-cura-della-traduttrice-paola-checcoli&catid=36:recensioni&Itemid=14

Paola Checcoli, “Harragas e nuovi cittadini” in Italies. Revue d’études italiennes,     Centre Aixois d’Études Romanes, Université de Provence, 2010, pp. 451-467
http://italies.revues.org/3366

https://editoriaraba.wordpress.com/2013/07/06/gli-eventi-letterari-di-tangeri-incontro-con-mahi-binebine/#more-2765